IO SONO H ADOLF HITLER
Io Sono H: Adolf Hitler
Il coraggio di dare voce al male.
Un esperimento narrativo radicale che trascina il lettore nella mente del dittatore, senza mediazioni né giudizi. Nel nuovo libro edito su Amazon KDP, affronto la sfida più controversa: restituire in prima persona il flusso di pensieri di Adolf Hitler. Un viaggio disturbante che non assolve, non spiega, ma costringe a guardare il male negli occhi. C’è chi della Storia racconta i fatti, chi ne analizza le cause, chi tenta di ricostruire il contesto. Con il mio ultimo libro, Io Sono H: Adolf Hitler (Amazon KDP, luglio 2025), scelgo invece una strada radicalmente diversa: dare parola al dittatore che ha sconvolto il Novecento.
Un’operazione letteraria audace e controversa, che invita il lettore a sostare direttamente nella mente del Führer, senza filtri né interpretazioni. Io non commento, non spiego, non giudico: lascio parlare Hitler, in un monologo che restituisce l’inquietudine di un pensiero malato e totalizzante.
Un esperimento narrativo disturbante dove scelgo la via più esposta e rischiosa. Il testo si presenta come un flusso di coscienza che mescola visioni, ossessioni, convinzioni deliranti. È un esperimento narrativo che destabilizza, capace di tenere il lettore sospeso tra attrazione e repulsione. Il risultato è un libro che non cerca di rassicurare, ma di scuotere. Leggere Io Sono H significa attraversare l’oscurità, accettando la vertigine di guardare il male negli occhi. La mia scelta non è priva di implicazioni etiche. In tempi di revisionismi e di crescente superficialità nel rapporto con il passato, restituire voce al dittatore può sembrare una provocazione pericolosa. Ma il mio progetto non ha nulla di celebrativo: al contrario, l’operazione mette a nudo la follia di un pensiero che, proprio nel suo farsi parola, rivela la propria aberrazione. Il lettore non trova giustificazioni né attenuanti: trova soltanto l’impatto frontale con l’abisso.
Io Sono H: Adolf Hitler è un libro scomodo. Non si legge per piacere, ma per necessità. È pensato per chi crede che la letteratura non debba soltanto intrattenere, ma anche disturbare, interrogare, far riflettere. In questo senso, il mio lavoro si colloca in una tradizione che usa la parola come strumento di scavo nelle pieghe più oscure della condizione umana.
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