Davide Uria “Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea” – nel museo come nella vita: imparare a restare umani 

 Davide Uria “Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea” – nel museo come nella vita: imparare a restare umani 
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In un’epoca in cui tutto corre veloce, Davide Uria ci invita a rallentare con il suo libro Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea. In questa intervista intimista svela perché “sopravvivere” non è un’esagerazione: entrare in un museo d’arte contemporanea è un’esperienza che mette in discussione le nostre certezze, ci smonta, ci costringe a guardare dentro. È un atto politico, un gesto di resistenza contro la fretta e il consumo-rapido dell’immagine. Ma, soprattutto, è un’opportunità per risvegliare uno sguardo più autentico — capace di sostare nel dubbio, nell’inatteso, nella relazione con l’opera, con l’altro, con se stessi. L’autore ci accompagna in questo spazio sospeso dove l’arte diventa specchio, cura, allenamento all’attenzione: sopravvivere al museo significa forse — e coraggiosamente — sopravvivere alla vita stessa.

D: Davide, il tuo libro si intitola Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea. Perché questo verbo forte: “sopravvivere”? Cos’è che ci minaccia dentro un museo?

R: Perché andare in un museo oggi è un gesto che può farti male, se lo prendi sul serio. Non nel senso fisico, ovviamente. Ma è un’esperienza che ti smonta, che ti chiede di fermarti, di cambiare ritmo. In un tempo come il nostro, che vuole tutto veloce, chiaro, comprensibile in cinque secondi, stare davanti a un’opera strana, incomprensibile, che non sai decifrare subito… è come restare senza fiato. Ti toglie la sicurezza di chi sei. Ti chiede: “Ma davvero hai capito qualcosa della realtà?”. E in quel momento non stai più guardando un quadro o una scultura: stai guardando te stesso. Sopravvivere significa non scappare via da quella domanda scomoda.

D: Quindi il museo non è solo un luogo di cose da vedere. È uno specchio?

R: Sì, in fondo il museo sei tu. Non l’ho scritto per far ridere soltanto – anche se sdrammatizzare serve – ma perché penso che il museo d’arte contemporanea sia come la vita: entri pensando di capire, e invece non capisci niente. E va bene così. Il problema nasce quando invece di accettare il mistero vogliamo semplificare tutto: “Questo è bello, questo è brutto, questo non è arte”. Così facciamo con le persone, con le relazioni: etichette rapide, nessun tempo di attesa. Guardare un’opera d’arte diventa allora un piccolo atto di resistenza umana: fermarsi, non saltare subito alla conclusione, restare nel dubbio. Come con l’amore, con l’amicizia, con la paura. Non capire tutto subito è giusto. È umano.

D: In questo senso guardare l’arte diventa un gesto politico?

R: Lo penso davvero. Fermarsi è un gesto politico. Rallentare è un gesto politico. Non consumare tutto come facciamo con le immagini su Instagram è un gesto politico. È dire: “Io non ho fretta. Io mi prendo il mio tempo, anche se il mondo mi spinge a correre”. E allora il museo non è solo un museo: diventa un laboratorio di umanità. E le opere non sono più oggetti strani, ma specchi, specchi che ti chiedono: “Cosa sei disposto a vedere davvero? Di te, degli altri, del dolore, della bellezza, della mancanza di senso?”. Perché poi il museo non è solo uno spazio dell’arte. È anche uno spazio politico. Perché quando entri lì dentro, decidi – anche senza saperlo – da che parte stare. Decidi se accettare il tempo lento, la fatica dello sguardo, il dubbio, o se scappare verso il consumo facile, verso la risposta pronta, verso l’algoritmo che ti dice già cosa ti deve piacere. Non è solo arte: è il modo in cui vuoi stare al mondo. Questa roba qui riguarda anche la politica. Non quella dei partiti – che francamente mi interessa poco – ma quella del corpo, dello sguardo, dell’esistenza. Guardare è un atto politico perché vuol dire scegliere cosa merita attenzione. E a noi oggi l’attenzione ce l’hanno rubata. Ce l’hanno spezzata in mille frammenti. Ogni notifica, ogni video da trenta secondi, ogni scroll ci leva via un pezzo di sguardo, un pezzo di tempo.

D: Scrivendo questo libro cosa hai capito di nuovo su di te, sul guardare?

R: Che non so guardare abbastanza. Che spesso guardo per abitudine. E invece l’arte – quella vera – ti chiede uno sguardo nuovo, ogni volta. Come le relazioni. Le persone che hai accanto da anni le dai per scontate, e non le vedi più. L’arte invece ti ferma e ti dice: “Guarda di nuovo. Non credere di sapere chi hai davanti”. Questo vale anche per noi stessi. Guardarsi allo specchio davvero, senza trucco, senza difese, è durissimo. Forse il museo serve a questo: ad allenare lo sguardo a essere più libero, più onesto. Non solo con l’arte, ma con la vita intera.

D: Ma chi entra in un museo vuole davvero tutto questo? Non si rischia di metterli in crisi, di farli scappare?

R: Sì. Ma va bene così. Non tutto deve essere comodo. Non tutto deve piacere. Io non voglio convincere nessuno che l’arte contemporanea sia bella o piacevole. Voglio dire che è utile. Che serve a qualcosa di profondo: ti fa scoprire cosa ti manca, cosa non sai, cosa hai perso. È come quando in una relazione ti accorgi che non ascolti più davvero l’altro: quel dolore ti fa crescere. L’arte fa questo. Ti scomoda, ti disturba, ti fa inciampare. Ma ti fa anche sentire vivo.

D: Allora il vero tema del libro non è l’arte. È l’attenzione. Lo sguardo.

R: Esatto. Per questo le stanze di cui parlo non sono vere stanze. Sono passaggi interiori. Luoghi della mente. Non importa se vedi una lattina di Coca-Cola dipinta o una stanza bianca vuota: il problema non è l’opera. Sei tu. La tua fretta. Il tuo bisogno di capire tutto subito. Di non sentirti in imbarazzo. Il libro – come il museo – ti chiede di stare in quel disagio. Di resistere. E forse imparare qualcosa. O forse no. Ma almeno restare umano.

D: Sopravvivere a un museo è sopravvivere alla vita?

R: Forse sì. O almeno provarci. Non tirare giù la saracinesca del cuore. Non anestetizzarsi. Non spegnere lo sguardo. Perché tutto ci spinge a farlo. È faticoso restare svegli, restare attenti, restare vulnerabili. Ma l’arte serve anche a questo: ricordarti che sei vivo, fragile, incompleto. E va bene così.

D: Davide, ma oggi si può ancora davvero guardare qualcosa? Siamo sommersi di immagini ovunque. Sui social, per strada, nei telefoni. Non è impossibile fermarsi davvero?

R: Questa è la vera domanda. Non so se si può ancora. O meglio: si può, ma è un atto di resistenza, quasi di ribellione. Come dire: “Io mi prendo il diritto di guardare lentamente, di perdere tempo”. Viviamo immersi in uno sciame di immagini che vogliono una sola cosa: catturarti per un secondo e poi sparire. Nessuna di quelle immagini vuole il tuo tempo profondo, il tuo silenzio. L’arte sì. Per questo l’arte è rivoluzionaria: perché pretende uno sguardo che non sia di consumo. Che non sia rapido. Che non sia produttivo. Il museo è un luogo inutile, improduttivo, sospeso. Per questo è importante. In un’epoca che misura tutto in termini di utilità, efficienza, guadagno, fermarsi in una stanza bianca davanti a una cosa che non “serve” a niente è quasi un gesto politico. È come dire: “Io non voglio essere produttivo adesso. Voglio solo essere qui. A guardare. A perdere tempo”.

D: Ma non è anche doloroso, questo? Sostenere lo sguardo, l’attesa, il non capire?

R: Sì. Fa male. Ma è un dolore che fa bene. Perché ti ricorda che sei umano. Che non sei una macchina che processa dati. Siamo abituati a pensare che tutto debba avere senso subito. Che ogni cosa debba spiegarsi da sola in un titolo, in un post, in uno slogan. L’arte – come la vita, come l’amore – invece non si spiega mai tutta subito. Ti lascia lì, a bocca aperta, a chiederti cosa stai guardando, cosa significa. È difficile stare in quello spazio di incertezza. Ma è lì che siamo più vivi. Lo stesso vale per le relazioni umane. Anche con le persone vorremmo tutto chiaro, tutto definito: chi sei, cosa vuoi, da che parte stai. Ma non funziona così. Le persone – come l’arte – sono ambigue, contraddittorie, misteriose. Guardarle davvero significa accettare questa ambiguità. E non scappare.

D: Allora il problema non è l’arte contemporanea. Il problema è il nostro sguardo stanco, veloce, impaurito.

R: Esattamente. Per questo ho scritto questo libro. Non per spiegare l’arte contemporanea, che forse non si spiega. Ma per chiedere al lettore di fermarsi un momento. Di sospendere il giudizio. Di guardare. Di accettare di non capire tutto. Di stare nel dubbio, nella fragilità. Di allenarsi a uno sguardo che valga anche fuori dal museo. Perché fuori dal museo c’è la vita. E anche la vita non si capisce mai tutta.

D: E se uno entra al museo e pensa: “Tutto questo è una truffa. Non è arte. È una presa in giro”?

R: Che sia libero di pensarlo. Ma anche quel fastidio è importante. Quel sospetto dice qualcosa di profondo: che ci manca fiducia. Fiducia nell’altro, fiducia nell’opera, fiducia in noi stessi. Tutto il nostro tempo è segnato dal sospetto: delle istituzioni, della politica, della scienza, dei media. Anche l’arte viene risucchiata in questa sfiducia. Ma forse il museo serve proprio a questo: a riaprire uno spazio di fiducia, di ascolto. Dove puoi non capire, puoi anche arrabbiarti, ma almeno sei lì. Presente. Vivo.

D: In fondo sembra che tu parli più della vita che dell’arte.

R: Ma l’arte parla della vita. Sempre. Anche quando non sembra. Anche quando ti presenta una cosa che non ha senso, che ti pare stupida o irritante. Ti parla della tua fatica di capire. Ti parla della paura di restare solo davanti al mistero. Ti dice: “Sei disposto a non capire? Sei disposto a non avere il controllo?”. E questa è la domanda della vita, dell’amore, della morte. Non dell’arte soltanto. Per questo scrivere questo libro è stato come scrivere un piccolo manuale per vivere. Un manuale senza soluzioni, ovviamente. Perché soluzioni non ce ne sono. Ma domande sì. E sono le domande giuste, credo.

D: E quindi “sopravvivere” a un museo è sopravvivere a questo tempo malato di fretta e consumo?

R: Esattamente. Sopravvivere oggi significa resistere alla velocità, all’usa-e-getta dei rapporti, delle emozioni, delle idee. Significa conservare uno sguardo umano, lento, imperfetto. Lo sguardo di chi sa che la verità non si compra, non si capisce subito, non si scarica da internet. Lo sguardo di chi ha il coraggio di restare in silenzio, di aspettare, di guardare di nuovo. Anche quando fa paura. Anche quando sembra inutile.

D: Il museo, allora, diventa una specie di clinica. Una cura.

R: Si, un luogo dove forse puoi guarire. Dove puoi riaddestrare lo sguardo a resistere, a fermarsi, a non saltare subito alla prossima immagine. Lo sguardo lungo serve per tutto: per l’arte, ma anche per l’amore, per la politica, per la giustizia. Perché le cose che contano non si capiscono in fretta. Né un quadro né una persona né un’idea. Questo libro è nato da lì: dalla fatica di guardare senza scappare. Anche quando la cosa che guardi ti dà fastidio, ti spaventa, ti annoia. Perché questa è un’altra trappola del nostro tempo: credere che tutto debba piacerti, emozionarti, sedurti subito. Se un quadro non ti colpisce, passi oltre. Se una persona non ti intriga subito, la scorri via. Ma l’arte – come le relazioni vere – chiede fatica, tempo, insistenza. Chiede di tornare. Di restare anche quando non capisci. C’è una frase di John Berger che mi porto dietro: “Guardare è un atto di scelta”. Guardare davvero, oggi, è un gesto quasi rivoluzionario. Quasi sovversivo.

D: Quando entri in un museo – e tu lo racconti bene in questo libro – non ti sembra di dover scegliere subito da che parte stare? Se accettare quel tempo lento fatto di dubbio, vuoto e attesa, oppure cercare la scorciatoia della spiegazione pronta, del senso immediato, della soddisfazione rapida?

R: Esatto, è proprio così. Entrare in un museo è un po’ come scegliere una modalità di esperienza: puoi decidere di lasciarti andare a uno sguardo lento, che non pretende di afferrare tutto in fretta, ma che si prende il tempo di accogliere il mistero, il vuoto, le domande senza risposte immediate. Il museo diventa così un luogo dove imparare a rallentare, a non consumare subito tutto ciò che si vede o si prova. In un mondo dove tutto sembra fatto per andare veloci, dove siamo sempre bombardati da informazioni, immagini e stimoli rapidi, il museo offre un raro spazio in cui si può restare in sospeso, senza fretta, senza la pressione di dover capire o giudicare subito. Questo sguardo lento ci abitua a tollerare il dubbio, ad accettare il non detto, a riconoscere che alcune esperienze – e alcune opere d’arte – non si lasciano esaurire con una lettura superficiale o immediata. È una sfida, certo, ma anche un’opportunità per riscoprire un modo diverso di stare con ciò che ci circonda.

D: E perché è così importante allenare questo sguardo lento, non solo dentro il museo ma anche nella vita di tutti i giorni?

R: Perché lo sguardo lento non riguarda solo l’arte, ma il modo in cui viviamo e ci rapportiamo con il mondo e con gli altri. Nelle relazioni – con le persone amate, con gli amici, con chi ci sta intorno – spesso si cerca la comprensione immediata, la certezza di ciò che si prova o si vede. Ma la realtà è più complessa, le persone non si rivelano subito per intero, e spesso quello che sembra chiaro a prima vista nasconde qualcosa di più profondo, nascosto, misterioso. Sapere aspettare, tornare indietro, resistere alla tentazione di abbandonare ciò che è difficile o noioso, è fondamentale. Viviamo in un’epoca che ci vuole sempre distratti, sempre pronti a passare oltre, sempre in cerca della novità e dell’emozione immediata. Ma questa fretta rischia di farci perdere l’incontro vero, la profondità dell’esperienza. Imparare a guardare davvero – che sia un’opera d’arte o una persona – significa dedicare tempo, attenzione e cura. Significa accettare che le cose importanti richiedono fatica, pazienza, silenzio. Questo è un allenamento che il museo, e il mio libro, vogliono proporre: un invito a tornare a guardare con calma, a resistere alla frenesia, a scoprire che la bellezza e il senso possono nascere proprio da quello che all’inizio non capiamo o non ci emoziona subito. Guardare davvero è diventato un gesto raro e prezioso, capace di arricchirci e di farci vivere con più profondità.

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