Davide Uria – Il mestiere di dimenticarti: quando il dolore diventa poesia”
In uscita il 17 ottobre 2025, Il mestiere di dimenticarti va oltre la poesia lirica tradizionale: è un atlante del dolore, una mappa dell’assenza e uno strumento di conoscenza interiore. La raccolta, organizzata in sei sezioni – Architettura emotiva, Fisica delle fratture, Archeologia domestica, Semiotica del silenzio, Sovraesposizione e frequenze, Chirurgia della fine – esplora il dolore, l’assenza e la memoria con precisione quasi scientifica, trasformando emozioni in materia concreta e il silenzio in linguaggio.
Uria non si limita a narrare la perdita: le sue poesie vivisezionano il ricordo, analizzano le ferite e cercano senso nel caos emotivo. Ogni sezione è una tappa di un percorso interiore, dove sentimenti, oggetti e ricordi diventano reperti, reliquie, geometrie invisibili. La scrittura è rigorosa ma vibrante, capace di trasformare la mancanza in linguaggio e il dolore in canto.
Il mestiere di dimenticarti è un atto di resistenza contro l’oblio rapido e superficiale: invita alla lentezza, all’ascolto, alla riflessione. La poesia diventa disciplina quotidiana, strumento di trasformazione e mezzo per abitare la frattura senza illusioni consolatorie. È un libro che chiede attenzione, offrendo profondità, rigore e verità, testimoniando la possibilità di trasformare l’assenza in esperienza e memoria.
1: Partiamo dal titolo. Perché hai scelto di chiamare la tua raccolta Il mestiere di dimenticarti?
Il titolo nasce dalla convinzione che dimenticare non sia mai un processo spontaneo, né un atto di semplice volontà. Dimenticare è un lavoro quotidiano, metodico, spesso invisibile agli altri, che si svolge tra memoria e silenzio. È un mestiere perché richiede pratica, disciplina e pazienza. Quando una persona esce dalla nostra vita, la memoria si oppone: trattiene i gesti, le parole, gli sguardi. Dimenticare non significa cancellare del tutto, ma imparare a convivere con ciò che resta, a incorporarlo nella propria geografia interiore senza esserne sopraffatti. È un lavoro artigianale, lento e talvolta doloroso, che richiede attenzione e una forma di “professionalità del sentimento”. Il mestiere di dimenticare è quindi un mestiere che si esercita con il corpo e con la mente, in cui si pratica la cura di sé attraverso il riconoscimento dell’assenza e la trasformazione della memoria in un tessuto narrativo che possa essere portato avanti senza implodere.
2: Il verbo “dimenticare” porta con sé un’idea di liberazione, invece tu sembri dire il contrario.
Esatto. Il verbo “dimenticare” ha da sempre un alone di promessa: ci immaginiamo che con il tempo le ferite si chiudano e il dolore svanisca come nebbia al sole. Io invece volevo raccontare un altro aspetto: la memoria, anche quando apparentemente tace, non ci lascia mai del tutto. La liberazione totale non esiste, perché dimenticare non significa eliminare, ma trasfigurare. Il dolore rimane, sedimentato, come una pietra nelle scarpe: a volte lo percepiamo chiaramente, altre volte si annida sotto la pelle, pronto a farsi sentire senza preavviso. La poesia diventa quindi una lente per osservare questo processo: non per consolare, non per far sparire, ma per accogliere, rendere leggibile, dare forma a ciò che è altrimenti inafferrabile. È un lavoro lento, in cui la coscienza della mancanza diventa una compagna costante e, paradossalmente, una maestra di resilienza.
3: La tua raccolta non è un diario personale ma una sorta di “atlante”. Perché questa scelta?
Ho scelto di adottare la metafora dell’atlante perché volevo dare al dolore e alla memoria una struttura condivisibile, anziché lasciare il testo sospeso in un registro esclusivamente autobiografico. Un atlante non racconta la storia di un singolo viaggiatore: descrive territori, percorsi, confini, pause, e permette a chi lo consulta di orientarsi. Allo stesso modo, Il mestiere di dimenticarti è un tentativo di creare mappe dell’assenza, di delineare le strade e i vicoli di un’esperienza universale: la perdita di chi amiamo. Ogni sezione è un territorio diverso, e ciascun lettore può riconoscere in esse frammenti della propria esperienza. L’atlante permette di osservare dall’alto, di comprendere schemi e connessioni, di fare ordine nella complessità emotiva: è un modo per trasformare il caos del dolore in un paesaggio percorribile, in cui possiamo orientarci senza perderci.
4: Da dove nasce questa urgenza di mappare il dolore?
Nasce dall’esperienza concreta di non voler essere sopraffatto dal caos emotivo. Quando si vive una perdita, tutto intorno a noi sembra disgregarsi: i ricordi, gli oggetti, le abitudini quotidiane. La scrittura diventa allora un atto di ordine, quasi scientifico, che ci permette di vedere ciò che altrimenti sfugge. Ma non si tratta di una pratica consolatoria: non voglio dire che scrivere guarisca. Scrivere serve a trasformare il dolore in qualcosa di percorribile, a renderlo leggibile, a costruire sentieri nei territori frastagliati della memoria. È come camminare in una foresta: senza mappe rischiamo di perderci, ma se tracciamo i sentieri possiamo procedere, anche se la foresta resta intricata e oscura. La scrittura permette di abitare l’inabitabile, di guardare il dolore da diverse prospettive senza esserne travolti.
5: La raccolta si divide in sezioni dai titoli molto concettuali: architettura, fisica, archeologia… perché questo approccio multidisciplinare?
Ho sentito la necessità di attraversare la perdita attraverso strumenti diversi, perché l’amore e la sua fine non sono fenomeni univoci: coinvolgono il corpo, il linguaggio, l’oggetto, la memoria, la percezione. L’architettura mi permette di parlare della struttura dei rapporti; la fisica mi permette di descrivere la frattura e l’energia della separazione; l’archeologia mi permette di scavare tra i resti e i reperti del vissuto quotidiano; la semiotica mi aiuta a decifrare il silenzio e ciò che non viene detto. Questa pluralità di linguaggi non è un artificio accademico, ma un tentativo di dare strumenti al lettore per osservare la perdita da molte angolazioni: ogni disciplina fornisce un prisma diverso per comprendere la stessa realtà, trasformando l’esperienza soggettiva in un panorama condivisibile.
6: Parliamo di Architettura emotiva. Che cosa significa costruire e demolire con le emozioni?
L’architettura emotiva nasce dall’idea che ogni rapporto sia un edificio fragile. Ci sono fondamenta, travi, pareti, ma anche crepe invisibili, cedimenti silenziosi, deformazioni progressivamente irreversibili. L’amore non è una materia statica: è tensione, peso, equilibrio precario. Descriverlo con il linguaggio dell’architettura significa rendere concreta la vulnerabilità emotiva. Ogni gesto diventa un mattone, ogni silenzio una parete che può reggere o crollare. L’architettura emotiva racconta quindi la vita dei sentimenti come un costante lavoro di costruzione e demolizione, in cui la stabilità è un’illusione e il crollo è inevitabile, ma allo stesso tempo poetico, perché svela la struttura nascosta della nostra esperienza affettiva.
7: Subito dopo viene Fisica delle fratture. Un titolo che evoca rottura, trauma.
Questa sezione affronta la fine dell’amore come fenomeno fisico e non solo emotivo. La rottura diventa legge di propagazione: una crepa invisibile si espande, un crollo iniziale genera onde concentriche che investono tutto ciò che ci circonda. Ho voluto usare il linguaggio della fisica perché mi permette di descrivere la distruzione con precisione, di dare peso alla sofferenza, di mostrarne gli effetti materiali sul corpo e sulla mente. La frattura non è simbolica, è reale: il cuore, il tempo, i gesti quotidiani vengono modificati irreversibilmente. È un’esperienza quasi sperimentale: osservare come l’energia del dolore si propaga e come le strutture emotive cedono sotto la pressione. È una sezione che vuole far sentire al lettore la brutalità del trauma, ma anche la bellezza della resistenza, perché le crepe diventano tracce, memoria tangibile della forza che abbiamo impiegato per sopravvivere.
8: In Archeologia domestica invece il ritmo rallenta. Perché ricorrere all’immagine dello scavo?
Dopo la violenza della frattura, resta la necessità di scavare, di recuperare ciò che è sopravvissuto. Gli oggetti quotidiani diventano reperti: una chiave dimenticata, un biglietto consumato, una fotografia sgualcita. Ogni oggetto racconta una storia, testimonia la vita condivisa e poi persa. Questa sezione è un lavoro di pazienza, come un archeologo che lentamente libera dai sedimenti i frammenti del passato. La lentezza dello scavo domestico permette di percepire la profondità della mancanza, ma anche la sua concretezza: non si tratta solo di ricordare, ma di riconoscere ciò che resta. È un momento in cui il dolore diventa contemplazione, dove il lettore può fermarsi, osservare, capire e accettare la persistenza delle tracce nella vita quotidiana.
9: Poi affronti il tema del linguaggio con Semiotica del silenzio. Cosa significa studiare il silenzio come un codice?
Il silenzio non è mai vuoto; è un linguaggio complesso e stratificato. Ogni assenza, ogni parola non detta, ogni gesto trattenuto costituisce un segno da decifrare. La semiotica del silenzio è lo studio dei messaggi nascosti dietro ciò che non si pronuncia: i silenzi comunicano tensioni, rivelano fragilità, testimoniano distanze emotive. In questa sezione il lettore viene invitato a osservare ciò che normalmente ignoriamo, a leggere le omissioni, a scoprire il peso e la densità del non detto. È un lavoro di attenzione estrema, perché il silenzio è fragile e fugace, eppure più eloquente di molte parole. Attraverso questa lente il dolore e l’assenza diventano linguaggio, e il lettore può confrontarsi con la complessità dei sentimenti senza semplificarli.
10: Sovraesposizione e frequenze e Chiururgia della fine sono le sezioni più brevi. Che funzione hanno?
Queste due sezioni rappresentano il culmine emotivo e concettuale della raccolta, il punto in cui tutto ciò che abbiamo osservato, catalogato e scavato fino a quel momento esplode o si concentra in un gesto finale. Dopo aver esplorato l’instabilità dei legami, aver misurato la rottura e trasformato i ricordi quotidiani in reperti di un’archeologia domestica, arriva Sovraesposizione e frequenze, il momento in cui l’assenza non è più un buco silenzioso, ma un bagliore accecante. Qui la memoria, la distanza, il ricordo diventano eccesso: troppa luce, troppo rumore, troppo intensità. Ho scelto di rendere questa sezione breve perché la sensazione di saturazione deve essere immediata, quasi soffocante per chi legge: è la vertigine della memoria che non si può contenere, il disturbo che nasce dall’eccesso, la percezione di troppi segnali emotivi tutti insieme. Immagino il lettore come davanti a una fotografia bruciata dalla luce, o a un suono distorto che piega le frequenze naturali: tutto è accecante, impossibile da ignorare. E proprio questo eccesso prepara al passaggio successivo, Chirurgia della fine, dove l’assenza diventa gesto, intervento netto. Qui non ci sono più metafore delicate, non ci sono allegorie sfumate: ogni parola è bisturi, ogni verso è referto. L’io lirico smette di osservare dall’esterno e diventa insieme paziente e chirurgo, affrontando l’amore come un tessuto vivo da incidere, rimuovere e suturare. Non si tratta di eliminare il dolore, ma di dargli forma, di trasformare l’assenza in un’esperienza concreta e misurabile, mantenendo la tensione tra controllo e vulnerabilità. In poche pagine, dunque, la raccolta passa dalla saturazione sensoriale al gesto chirurgico: prima la vertigine dell’eccesso, poi la precisione della separazione. È il finale inevitabile, doloroso ma necessario, che chiude il ciclo della memoria e mostra come l’assenza possa essere allo stesso tempo luminosa, oppressiva e profondamente viva.
11: Parlaci del rapporto tra memoria e tempo nella tua raccolta.
Il tempo in Il mestiere di dimenticarti non scorre linearmente: è elastico, frammentato, stratificato. La memoria gioca un ruolo centrale, perché rende il passato simultaneo al presente, come se ogni ricordo potesse irrompere nel momento presente senza preavviso. Un gesto di un anno fa può sembrare immediato, un sguardo passato può essere percepito come urgente, vivido, quasi tangibile. La scrittura diventa il tentativo di dare ritmo a questo tempo irregolare, di organizzare le esplosioni della memoria senza ridurle a semplice cronologia. Il passato e il presente si intrecciano come onde concentriche, influenzandosi a vicenda, e il lettore è chiamato a navigare questa marea emotiva senza punti di riferimento fissi. È un invito a percepire il tempo non come un fiume lineare, ma come un paesaggio emotivo complesso, fatto di ricordi che non svaniscono mai del tutto.
12: La poesia diventa strumento di osservazione più che di espressione?
Sì, esattamente. La poesia qui non è un mezzo per sfogare un sentimento, ma per analizzarlo, scomporlo e osservarlo da diverse angolazioni. Ogni verso è un microscopio: ingrandisce dettagli che altrimenti sfuggirebbero, permette di vedere la consistenza del dolore, la texture della memoria, la densità dell’assenza. Questo approccio consente di trasformare l’esperienza emotiva in qualcosa di leggibile e condivisibile, senza semplificarla o edulcorarla. La poesia diventa una lente scientifica, emotiva e estetica insieme: misura, osserva, mette in evidenza ciò che è invisibile nella vita quotidiana, rendendo evidente la fragilità dei sentimenti e la complessità delle relazioni umane.
13: La tua scrittura sembra sempre oscillare tra ragione e sentimento. È una scelta voluta?
Sì, perché la vita emotiva non è mai completamente irrazionale né totalmente logica. La memoria e il dolore hanno leggi proprie: a volte sembrano obbedire a ragioni matematiche, altre volte sfuggono a ogni controllo. Questa oscillazione permette al lettore di percepire la complessità dell’esperienza: l’amore e la perdita non sono mai monolitici. Attraverso un linguaggio razionale, come quello dell’architettura o della fisica, si può dare ordine al caos. Attraverso la lente emotiva, invece, si percepisce il peso, la profondità, la fragilità. Mantenere entrambe le prospettive crea una tensione dinamica, una musica tra rigore e sentimento che rende il testo vivo, capace di parlare sia alla mente sia al cuore.
14: Nei tuoi testi si avverte un senso di sospensione. Era nelle tue intenzioni?
Assolutamente. La sospensione nasce dalla volontà di non imporre interpretazioni definitive: voglio che il lettore si senta dentro lo spazio emotivo del testo, tra memoria e presente, tra dolore e contemplazione. La sospensione è uno strumento di partecipazione: costringe a restare, a percepire, a riflettere. È un invito a non cercare risposte facili o consolatorie, ma a confrontarsi con la complessità della perdita. In un certo senso, la sospensione è la vera architettura della raccolta: tiene insieme le parti, mantiene la coerenza emotiva e crea una zona di lettura dove ogni esperienza personale può trovare spazio e risonanza.
15: L’uso delle immagini e delle metafore scientifiche rischia di allontanare il lettore dalla dimensione emotiva?
Può sembrare paradossale, ma l’intento è esattamente opposto. La metafora scientifica serve a dare concretezza al sentimento, a rendere tangibile ciò che altrimenti sarebbe astratto. Descrivere una frattura emotiva come una legge fisica o una relazione come un edificio permette di percepire il dolore in termini reali: peso, resistenza, pressione, cedimento. La scienza diventa un ponte tra la mente e il cuore, perché traduce l’invisibile in termini percettibili, aiutando il lettore a sentire la complessità della memoria senza perdersi nel solo pathos. È un modo per rispettare l’intelligenza del lettore, offrendogli strumenti per comprendere l’esperienza senza semplificarla.
16: Nel tuo lavoro emerge un concetto di “assenza presente”. Puoi spiegarlo?
L’assenza presente è la sensazione paradossale che chi non c’è più sia comunque vivo nella nostra percezione. Non è solo memoria, ma presenza attiva nella nostra quotidianità: un gesto mancante, un silenzio che parla, una traccia nel corpo e nello spazio. È una presenza fatta di mancanza, che ci accompagna senza avvertirci, e con cui dobbiamo imparare a convivere. Questo concetto è centrale nella raccolta perché mostra come la perdita non sia mai totale: la persona assente continua a influenzare, a segnare comportamenti, ricordi, percezioni. La scrittura serve a dare forma a questa presenza paradossale, a renderla leggibile, a trasformarla in una geografia emotiva condivisibile.
17: L’idea di “mestieri dell’anima” ricorre più volte. Che ruolo hanno nella raccolta?
I mestieri dell’anima sono tutte quelle pratiche quotidiane che ci permettono di vivere con la memoria e con il dolore: scrivere, osservare, scavare, riflettere, leggere, perfino camminare con consapevolezza. Sono mestieri perché richiedono esercizio costante, attenzione, pazienza. Non sono attività passive, ma azioni consapevoli per costruire una relazione con ciò che manca, per comprendere la profondità dei sentimenti senza esserne sopraffatti. La raccolta vuole mostrare che vivere con la perdita è un lavoro continuo, artigianale, che richiede strumenti, disciplina e sensibilità. Ogni sezione del libro propone un mestiere diverso, una pratica dell’anima che permette di trasformare il dolore in esperienza condivisibile.
18: La tua potrebbe definirsi “poetica della resistenza”. Ti riconosci in questa definizione?
Sì, e mi piace molto. La resistenza non è eroica, non è spettacolare: è quotidiana, sottile, silenziosa. È la capacità di continuare a vivere, a sentire, a costruire, anche quando tutto sembra crollare. La poesia, la scrittura, l’osservazione diventano strumenti di resistenza: permettono di tenere insieme le crepe, di dare senso ai frammenti, di trasformare il dolore in tessuto narrativo e memoria condivisa. La raccolta è quindi anche una celebrazione della forza che nasce dalla fragilità, della bellezza che si manifesta non nonostante la sofferenza, ma grazie ad essa.
19: Come ti rapporti al lettore, sapendo che la tua scrittura può evocare ferite personali?
Con grande rispetto e delicatezza. So che ogni lettore porta con sé esperienze proprie, che le parole possono risuonare come specchi o come ferite. La scrittura non vuole imporre una lettura, ma offrire strumenti per confrontarsi con la memoria e il dolore, senza giudicare o consolare forzatamente. Ogni lettore entra in dialogo con il testo in modo unico: alcuni troveranno conforto, altri stimoli di riflessione, altri ancora disagio o turbamento. Accolgo questa molteplicità come parte essenziale del lavoro poetico: la scrittura è uno spazio condiviso, ma mai uniforme, in cui ogni esperienza individuale è rispettata e valorizzata.
20: Se dovessi lasciare una lezione, un messaggio finale, cosa diresti ai lettori?
Direi che dimenticare non è cancellare, ma imparare a convivere. La memoria e l’assenza non sono nemiche, ma maestre: ci insegnano a osservare, a sentire, a comprendere. La perdita non riduce la vita, la trasforma: ogni crepa, ogni silenzio, ogni frammento custodito diventa occasione di conoscenza e di resistenza. Il mestiere di dimenticare è, in fondo, il mestiere di vivere: un lavoro artigianale, lento, faticoso, ma infinitamente ricco, che ci rende capaci di attraversare il dolore senza perderci e di trovare poesia anche nelle ombre più profonde. La lezione più importante è che la memoria, per quanto dolorosa, è anche un dono: ci permette di essere più presenti, più attenti, più umani.
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